La banalità del male…

“(..)L’Italia era in Europa l’unica vera alleata della Germania, trattata da pari a pari e rispettata come Stato sovrano indipendente. L’alleanza si fondava probabilmente soprattutto sugli interessi comuni, interessi che legavano due nuove forme di governo, simili anche se non identiche; ed è vero che in origine Mussolini era stato grandemente ammirato negli ambienti nazisti tedeschi. Ma quando scoppiò la guerra e l’Italia, dopo una certa esitazione, si unì all’avventura tedesca, quell’ammirazione era ormai una cosa che apparteneva al passato. I nazisti sapevano bene che il loro movimento aveva più cose in comune con il comunismo di tipo staliniano che con il fascismo italiano, e Mussolini, dal canto suo, non aveva né molta fiducia nella Germania né molta ammirazione per Hitler. Tutto questo, però, rientrava nei segreti delle alte sfere, specialmente in Germania, e le differenze profonde, decisive tra il fascismo e gli altri tipi di dittatura non furono mai capite dal mondo nel suo complesso.  Eppure queste differenze mai risaltarono con più evidenza come nel campo della questione ebraica.

Prima del colpo di stato di Badoglio dell’estate 1943, e prima che i tedeschi occupassero Roma e l’Italia settentrionale, Eichmann e i suoi uomini non avevano mai potuto lavorare in questo paese. Tuttavia avevano potuto vedere in che modo gli italiani non risolvevano nulla nelle loro zone della Francia, della Grecia, e della Jugoslavia da loro occupate: e infatti gli ebrei perseguitati continuavano a rifugiarsi in queste zone, dove potevano esser certi di trovare asilo, almeno temporaneo. A livelli molto più alti di quello di Eichmann il sabotaggio italiano della soluzione finale aveva assunto proporzioni serie , soprattutto perché Mussolini esercitava una certa influenza su altri governi fascisti – quello di Pétain in Francia, quello di Horthy in Ungheria, quello di Antonescu in Romania, e anche quello di Franco in Spagna.Finchè l’Italia seguitava a non massacrare i suoi ebrei, anche gli altri satelliti della Germania potevano cercare di fare altrettanto. E così Doma Sztojai, il primo ministro ungherese che i tedeschi avevano imposto a Horthy, ogni volta che si trattava di prendere provvedimenti antiebraici voleva sapere se gli stessi provvedimenti erano stati presi in Italia. Il capo di Eichmann, il Gruppenfuhrer Muller, scrisse in proposito una lunga lettera al ministro degli esteri del Reich, illustrando questa situazione, ma il ministro non poté far molto perché sempre urtava nella stessa ambigua resistenza, nelle stesse promesse che poi non venivano mai mantenute. Il sabotaggio era tanto più irritante, in quanto che era attuato pubblicamente, in maniera quasi beffarda. Le promesse erano fatte da Mussolini in persona o da altissimi gerarchi, e se poi i generali non le mantenevano, Mussolini porgeva le sue scuse adducendo come spiegazione la loro “diversa formazione intellettuale”. Soltanto di rado i nazisti si sentivano apporre un netto rifiuto, come quando il generale Roatta dichiarò che consegnare alle autorità tedesche gli ebrei della zona jugoslava occupata dall’Italia era “incompatibile con l’onore dell’esercito italiano”.

Ancora peggio era quando gli italiani sembravano rispettare le promesse. Un esempio lo si ebbe dopo lo sbarco alleato nel Nord-Africa francese, quando tutta la Francia venne occupata dai tedeschi eccezion fatta per la zona italiana, nel sud, dove circa cinquantamila ebrei avevano trovato scampo. Cedendo alle pressioni tedesche, in questa zona fu creato un “Commissariato per gli affari ebraici”, la cui unica funzione era quella di registrare tutti gli ebrei presenti nella regione ed espellerli dalla costa mediterranea. Effettivamente, ventiduemila ebrei furono arrestati, ma vennero trasferiti all’interno della zona italiana, col risultato che, come dice Reitlinger, “un migliaio di ebrei delle classi più povere vivevano ora nei migliori alberghi dell’Isère e della Savoia”. Eichmann mandò allora a Nizza e a Marsiglia uno dei suoi uomini più “duri”, Alois Brunner, ma quando questi arrivò, la polizia francese già aveva distrutto tutti gli elenchi degli ebrei. Nell’autunno del 1943, quando l’Italia dichiarò guerra alla Germania, l’esercito tedesco potè finalmente entrare in Nizza, e lo stesso Eichmann accorse sulla Costa Azzurra. Qui gli dissero (ed egli vi credette) che diecimila-quindicimila ebrei vivevano nascosti nel principato di Monaco (quel minuscolo principato che conta all’incirca venticinquemila abitanti e che, come osservò il New York Times Magazine, “potrebbe entrare comodamente nel Central Park”): questa notizia fece si che l’RSHA approntasse un piano per catturarli. Sembra una tipica farsa italiana. Gli ebrei, comunque, non c’erano più: erano fuggiti nell’Italia vera e propria, e quelli che si tenevano nascosti tra le montagne ripararono in Svizzera o in Spagna. Lo stesso accadde quando gli italiani dovettero abbandonare la loro zona in Jugoslavia: gli ebrei partirono con le truppe italiane e si rifugiarono a Fiume.

Un elemento farsesco, del resto, non era mai mancato neppure quando all’inizio l’Italia aveva tentato sul serio di adeguarsi alla sua potente amica alleata. Verso la fine degli anni ’30 Mussolini, cedendo alle pressioni tedesche, aveva varato leggi antiebraiche e aveva stabilito le solite eccezioni (veterani di guerra, ebrei superdecorati e simili), ma aveva aggiunto una nuova categoria e precisamente gli ebrei iscritti al partito fascista, assieme ai loro genitori e nonni, mogli, figli e nipoti. Io non conosco statistiche in proposito, ma il risultato dovette essere che la grande maggioranza degli ebrei italiani furono “esentati”. Difficilmente ci sarà stata una famiglia ebraica senza almeno un parente “iscritto al fascio”, poiché a quell’epoca già da un quindicennio gli ebrei, al pari degli altri italiani, affluivano a frotte nelle file del partito, dato che altrimenti rischiavano di rimanere senza lavoro. E i pochi ebrei veramente antifascisti (soprattutto comunisti e socialisti) non erano più in Italia. Anche gli antisemiti più accaniti non dovevano prendere la cosa molto sul serio, e Roberto Farinacci, capo del movimento antisemita italiano, aveva per esempio un segretario ebreo. Certo, queste cose accadevano anche in Germania; Eichmann dichiarò che c’erano ebrei perfino tra le comuni SS; ma l’origine ebraica di persone come Heydrich, Milch e altri era tenuta rigorosamente segreta, era nota soltanto a un pugno di persone, mentre in Italia tutto si faceva allo scoperto e per così dire con candore. La chiave dell’enigma è naturalmente che l’Italia era uno dei pochi paesi d’Europa dove ogni misura antisemita era decisamente impopolare, e questo perché, per dirla con le parole di Ciano, quei provvedimenti “sollevavano problemi che fortunatamente non esistevano”.

L’assimilazione, questa parola di cui tanto si abusa, era in Italia una realtà. L’Italia aveva una comunità ebraica che non contava più di cinquantamila persone e la cui storia risaliva nei secoli ai tempi dell’impero romano. L’antisemitismo non era un’ideologia, qualcosa in sui si potesse credere, come era in tutti i paesi di lingua tedesca, o un mito e un pretesto, come era soprattutto in Francia. Il fascismo italiano, che non poteva essere definito “spietatamente duro”, aveva cercato prima della guerra di ripulire il paese dagli ebrei stranieri e apolidi, ma non vi era mai riuscito bene, a causa della scarsa disposizione di gran parte dei funzionari italiani dei gradi inferiori a pensare in maniera “dura”. E quando la questione divenne una questione di vita o di morte, gli italiani, col pretesto di salvaguardare la propria sovranità, si rifiutarono di abbandonare questo settore della loro popolazione ebraica; li internarono invece in campi, lasciandoli vivere tranquillamente finché i tedeschi non invasero il paese. Questa condotta non si può spiegare con le sole condizioni oggettive (l’assenza di una “questione ebraica”), poiché naturalmente questi stranieri costituivano in Italia un problema così come lo costituivano in tutti gli altri Stati europei, Stati nazionali fondati sull’omogeneità etnica e culturale delle rispettive popolazioni. Quello che in Danimarca fu il risultato di una profonda sensibilità politica, di un’innata comprensione dei doveri e delle responsabilità di una nazione che vuole essere veramente indipendente – “per i danesi… la questione ebraica fu una questione politica, non umanitaria” (Leni Yahil) – in Italia fu il prodotto della generale, spontanea umanità di un popolo di antica civiltà.

L’umanità italiana resisté inoltre alla prova del terrore che si abbatté sulla nazione nell’ultimo anno e mezzo di guerra. Nel dicembre del 1943 il ministero degli esteri tedesco chiese ufficialmente l’aiuto del capo di Eichmann, Muller: “In considerazione del poco zelo mostrato negli ultimi mesi dai funzionari italiani nel mettere in atto i provvedimenti antiebraici raccomandati dal Duce, noi del ministero degli esteri riteniamo urgente e necessario che l’adempimento di tali provvedimenti… sia controllato da funzionari tedeschi.” Dopo di che, famigerati sterminatori come Odilo Globocnik furono spediti in Italia; anche il capo dell’amministrazione militare tedesca non fu un uomo dell’esercito, ma l’ex-governatore della Galizia polacca, il Gruppenfuhrer Otto Wachter. Ormai non si poteva più scherzare. L’ufficio di Eichmann diramò alle sue varie branche una circolare in cui si avvertiva che si dovevano subito prendere le “necessarie misure” contro gli “ebrei di nazionalità italiana”. La prima azione doveva essere sferrata contro gli ottomila ebrei di Roma, al cui arresto avrebbero provveduto reggimenti di polizia tedesca dato che sulla polizia italiana non si poteva fare affidamento. Gli ebrei furono avvertiti in tempo, spesso da vecchi fascisti, e settemila riuscirono a fuggire. I tedeschi, come sempre facevano quando incontravano resistenza, cedettero e ora accettarono che gli ebrei, anche se non appartenevano a categorie “esentate”, venissero non deportati, ma soltanto internati in campi italiani. Per l’Italia, questa soluzione poteva essere considerata sufficientemente “finale”. Così circa trentacinquemila ebrei furono catturati nell’Italia settentrionale e sistemati in campi di concentramento nei pressi del confine austriaco. Nella primavera del 1944, quando ormai l’Armata Rossa aveva occupato la Romania e gli Alleati stavano per entrare in Roma, i tedeschi violarono la promessa e cominciarono a trasportarli ad Auschwitz: ne portarono via circa settemilacinquecento, di cui poi ne tornarono appena seicento. Tuttavia, gli ebrei che scomparvero non furono nemmeno il dieci per cento di tutto quelli che vivevano allora in Italia.(..)”

 

Hanna Arendt – “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: