Gira, il mondo gira….

“Con il termine confusione (o confusione mentale o stato confusionale) si intende un particolare stato psicologico in cui il soggetto non riesce ad interpretare (ovvero organizzare in percezioni coerenti) le sensazioni, le quali producono impulsi contraddittori, anche solo per avvertita urgenza di reazione.”

Direi proprio stato confusionale…è adatto…
Ma c’è anche come una costante sensazione di mancata appartenenza che mi avvolge….che fare?nulla…..o meglio, non lo so.
La confusione è bastarda, ti costringere a riflettere ma non ti da soluzioni….ti mantiene come in attesa, nella speranza che dal tuo cervello emerga qualcosa di distinto e chiaro….
Ma quando?boh….non lo so…
Non serve a nulla chiedersi di cosa si ha bisogno, perchè è proprio da tutto ciò che ci circonda che ha origine la confusione: non sapere cosa è necessario e vitale o cosa è solo un capriccio, un’ idea, un momentaneo interesse che prima o poi svanirà…
La paura genera confusione, quindi, direbbe l’esperto, “Bisogna liberarsi della paura”…ok, e ci siamo, ma quale paura? Paura di che? Paura di pensare direi…..così raccogliamo tutto…

Poi dal continuo riflettere emergono costrutti logici inquietanti….e probabilmente sbagliati.
Ma nell’offuscamento della confusione ti sembrano non solo possibili, ma praticamente certi!!
E ti terrorizzano….ti infuriano….ti confondono ancora di più….

E ci rifletti….
E la spiegazione più logica alla nascita di questi costrutti logici malati, è che soffri di invidia e di competizione….
Capisci (ma già lo sapevi senza dirlo..) che qualsiasi cosa tu faccia, nella tua mente aleggia l’idea che quell’altra persona l’avrebbe fatta meglio, non solo ai tuoi occhi, ma anche agli occhi degli altri….meglio o più in fretta, o con più precisione, più semplice o con più elaborazioni….comunque meglio di te.
E, soprattutto, con molta più soddisfazione e felicità da parte del resto del mondo….per il quale sei un essere speciale solo se fai cose speciali: cioè non come le fai tu…
Per questo cerchi in tutti i modi di aspirare alla perfezione, invidiando e competendo dentro di te, solo che non ci arrivi mai perché una parte di te (quella sana…o meglio quella che ancora ragiona..) ti manda input contrari e ti dice che non potrai mai arrivare al livello che vuoi.
Ed arriva la devastazione interiore….

“Ma tu sei diversa…tu sei quello che sei, ed è come sei che ci piace!”
Giusto, si direbbe…e giusto è….ed è interessante che a dirti questo sia la persona che più adori in assoluto….ma questa frase non ti risolleverà mai.
Non lo può fare. Soprattutto quando la confusione regna sovrana nella tua testa: continuerai a pensare di non capirci niente e che tutto ciò che fai, pensi, dici sia sbagliato ed illogico…

La furia allora si impadronisce di te, e vorresti cancellare dalla tua vita tutte le sorgenti che ti incutono terrore o confusione o rabbia folle…..ma come lo fai? Sale un sorriso mentre pensi ad un incendio….ad esplosioni devastanti….no no, scherziamo?!….la soluzione più logica è sicuramente un’altra.

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La banalità del male…

“(..)L’Italia era in Europa l’unica vera alleata della Germania, trattata da pari a pari e rispettata come Stato sovrano indipendente. L’alleanza si fondava probabilmente soprattutto sugli interessi comuni, interessi che legavano due nuove forme di governo, simili anche se non identiche; ed è vero che in origine Mussolini era stato grandemente ammirato negli ambienti nazisti tedeschi. Ma quando scoppiò la guerra e l’Italia, dopo una certa esitazione, si unì all’avventura tedesca, quell’ammirazione era ormai una cosa che apparteneva al passato. I nazisti sapevano bene che il loro movimento aveva più cose in comune con il comunismo di tipo staliniano che con il fascismo italiano, e Mussolini, dal canto suo, non aveva né molta fiducia nella Germania né molta ammirazione per Hitler. Tutto questo, però, rientrava nei segreti delle alte sfere, specialmente in Germania, e le differenze profonde, decisive tra il fascismo e gli altri tipi di dittatura non furono mai capite dal mondo nel suo complesso.  Eppure queste differenze mai risaltarono con più evidenza come nel campo della questione ebraica.

Prima del colpo di stato di Badoglio dell’estate 1943, e prima che i tedeschi occupassero Roma e l’Italia settentrionale, Eichmann e i suoi uomini non avevano mai potuto lavorare in questo paese. Tuttavia avevano potuto vedere in che modo gli italiani non risolvevano nulla nelle loro zone della Francia, della Grecia, e della Jugoslavia da loro occupate: e infatti gli ebrei perseguitati continuavano a rifugiarsi in queste zone, dove potevano esser certi di trovare asilo, almeno temporaneo. A livelli molto più alti di quello di Eichmann il sabotaggio italiano della soluzione finale aveva assunto proporzioni serie , soprattutto perché Mussolini esercitava una certa influenza su altri governi fascisti – quello di Pétain in Francia, quello di Horthy in Ungheria, quello di Antonescu in Romania, e anche quello di Franco in Spagna.Finchè l’Italia seguitava a non massacrare i suoi ebrei, anche gli altri satelliti della Germania potevano cercare di fare altrettanto. E così Doma Sztojai, il primo ministro ungherese che i tedeschi avevano imposto a Horthy, ogni volta che si trattava di prendere provvedimenti antiebraici voleva sapere se gli stessi provvedimenti erano stati presi in Italia. Il capo di Eichmann, il Gruppenfuhrer Muller, scrisse in proposito una lunga lettera al ministro degli esteri del Reich, illustrando questa situazione, ma il ministro non poté far molto perché sempre urtava nella stessa ambigua resistenza, nelle stesse promesse che poi non venivano mai mantenute. Il sabotaggio era tanto più irritante, in quanto che era attuato pubblicamente, in maniera quasi beffarda. Le promesse erano fatte da Mussolini in persona o da altissimi gerarchi, e se poi i generali non le mantenevano, Mussolini porgeva le sue scuse adducendo come spiegazione la loro “diversa formazione intellettuale”. Soltanto di rado i nazisti si sentivano apporre un netto rifiuto, come quando il generale Roatta dichiarò che consegnare alle autorità tedesche gli ebrei della zona jugoslava occupata dall’Italia era “incompatibile con l’onore dell’esercito italiano”.

Ancora peggio era quando gli italiani sembravano rispettare le promesse. Un esempio lo si ebbe dopo lo sbarco alleato nel Nord-Africa francese, quando tutta la Francia venne occupata dai tedeschi eccezion fatta per la zona italiana, nel sud, dove circa cinquantamila ebrei avevano trovato scampo. Cedendo alle pressioni tedesche, in questa zona fu creato un “Commissariato per gli affari ebraici”, la cui unica funzione era quella di registrare tutti gli ebrei presenti nella regione ed espellerli dalla costa mediterranea. Effettivamente, ventiduemila ebrei furono arrestati, ma vennero trasferiti all’interno della zona italiana, col risultato che, come dice Reitlinger, “un migliaio di ebrei delle classi più povere vivevano ora nei migliori alberghi dell’Isère e della Savoia”. Eichmann mandò allora a Nizza e a Marsiglia uno dei suoi uomini più “duri”, Alois Brunner, ma quando questi arrivò, la polizia francese già aveva distrutto tutti gli elenchi degli ebrei. Nell’autunno del 1943, quando l’Italia dichiarò guerra alla Germania, l’esercito tedesco potè finalmente entrare in Nizza, e lo stesso Eichmann accorse sulla Costa Azzurra. Qui gli dissero (ed egli vi credette) che diecimila-quindicimila ebrei vivevano nascosti nel principato di Monaco (quel minuscolo principato che conta all’incirca venticinquemila abitanti e che, come osservò il New York Times Magazine, “potrebbe entrare comodamente nel Central Park”): questa notizia fece si che l’RSHA approntasse un piano per catturarli. Sembra una tipica farsa italiana. Gli ebrei, comunque, non c’erano più: erano fuggiti nell’Italia vera e propria, e quelli che si tenevano nascosti tra le montagne ripararono in Svizzera o in Spagna. Lo stesso accadde quando gli italiani dovettero abbandonare la loro zona in Jugoslavia: gli ebrei partirono con le truppe italiane e si rifugiarono a Fiume.

Un elemento farsesco, del resto, non era mai mancato neppure quando all’inizio l’Italia aveva tentato sul serio di adeguarsi alla sua potente amica alleata. Verso la fine degli anni ’30 Mussolini, cedendo alle pressioni tedesche, aveva varato leggi antiebraiche e aveva stabilito le solite eccezioni (veterani di guerra, ebrei superdecorati e simili), ma aveva aggiunto una nuova categoria e precisamente gli ebrei iscritti al partito fascista, assieme ai loro genitori e nonni, mogli, figli e nipoti. Io non conosco statistiche in proposito, ma il risultato dovette essere che la grande maggioranza degli ebrei italiani furono “esentati”. Difficilmente ci sarà stata una famiglia ebraica senza almeno un parente “iscritto al fascio”, poiché a quell’epoca già da un quindicennio gli ebrei, al pari degli altri italiani, affluivano a frotte nelle file del partito, dato che altrimenti rischiavano di rimanere senza lavoro. E i pochi ebrei veramente antifascisti (soprattutto comunisti e socialisti) non erano più in Italia. Anche gli antisemiti più accaniti non dovevano prendere la cosa molto sul serio, e Roberto Farinacci, capo del movimento antisemita italiano, aveva per esempio un segretario ebreo. Certo, queste cose accadevano anche in Germania; Eichmann dichiarò che c’erano ebrei perfino tra le comuni SS; ma l’origine ebraica di persone come Heydrich, Milch e altri era tenuta rigorosamente segreta, era nota soltanto a un pugno di persone, mentre in Italia tutto si faceva allo scoperto e per così dire con candore. La chiave dell’enigma è naturalmente che l’Italia era uno dei pochi paesi d’Europa dove ogni misura antisemita era decisamente impopolare, e questo perché, per dirla con le parole di Ciano, quei provvedimenti “sollevavano problemi che fortunatamente non esistevano”.

L’assimilazione, questa parola di cui tanto si abusa, era in Italia una realtà. L’Italia aveva una comunità ebraica che non contava più di cinquantamila persone e la cui storia risaliva nei secoli ai tempi dell’impero romano. L’antisemitismo non era un’ideologia, qualcosa in sui si potesse credere, come era in tutti i paesi di lingua tedesca, o un mito e un pretesto, come era soprattutto in Francia. Il fascismo italiano, che non poteva essere definito “spietatamente duro”, aveva cercato prima della guerra di ripulire il paese dagli ebrei stranieri e apolidi, ma non vi era mai riuscito bene, a causa della scarsa disposizione di gran parte dei funzionari italiani dei gradi inferiori a pensare in maniera “dura”. E quando la questione divenne una questione di vita o di morte, gli italiani, col pretesto di salvaguardare la propria sovranità, si rifiutarono di abbandonare questo settore della loro popolazione ebraica; li internarono invece in campi, lasciandoli vivere tranquillamente finché i tedeschi non invasero il paese. Questa condotta non si può spiegare con le sole condizioni oggettive (l’assenza di una “questione ebraica”), poiché naturalmente questi stranieri costituivano in Italia un problema così come lo costituivano in tutti gli altri Stati europei, Stati nazionali fondati sull’omogeneità etnica e culturale delle rispettive popolazioni. Quello che in Danimarca fu il risultato di una profonda sensibilità politica, di un’innata comprensione dei doveri e delle responsabilità di una nazione che vuole essere veramente indipendente – “per i danesi… la questione ebraica fu una questione politica, non umanitaria” (Leni Yahil) – in Italia fu il prodotto della generale, spontanea umanità di un popolo di antica civiltà.

L’umanità italiana resisté inoltre alla prova del terrore che si abbatté sulla nazione nell’ultimo anno e mezzo di guerra. Nel dicembre del 1943 il ministero degli esteri tedesco chiese ufficialmente l’aiuto del capo di Eichmann, Muller: “In considerazione del poco zelo mostrato negli ultimi mesi dai funzionari italiani nel mettere in atto i provvedimenti antiebraici raccomandati dal Duce, noi del ministero degli esteri riteniamo urgente e necessario che l’adempimento di tali provvedimenti… sia controllato da funzionari tedeschi.” Dopo di che, famigerati sterminatori come Odilo Globocnik furono spediti in Italia; anche il capo dell’amministrazione militare tedesca non fu un uomo dell’esercito, ma l’ex-governatore della Galizia polacca, il Gruppenfuhrer Otto Wachter. Ormai non si poteva più scherzare. L’ufficio di Eichmann diramò alle sue varie branche una circolare in cui si avvertiva che si dovevano subito prendere le “necessarie misure” contro gli “ebrei di nazionalità italiana”. La prima azione doveva essere sferrata contro gli ottomila ebrei di Roma, al cui arresto avrebbero provveduto reggimenti di polizia tedesca dato che sulla polizia italiana non si poteva fare affidamento. Gli ebrei furono avvertiti in tempo, spesso da vecchi fascisti, e settemila riuscirono a fuggire. I tedeschi, come sempre facevano quando incontravano resistenza, cedettero e ora accettarono che gli ebrei, anche se non appartenevano a categorie “esentate”, venissero non deportati, ma soltanto internati in campi italiani. Per l’Italia, questa soluzione poteva essere considerata sufficientemente “finale”. Così circa trentacinquemila ebrei furono catturati nell’Italia settentrionale e sistemati in campi di concentramento nei pressi del confine austriaco. Nella primavera del 1944, quando ormai l’Armata Rossa aveva occupato la Romania e gli Alleati stavano per entrare in Roma, i tedeschi violarono la promessa e cominciarono a trasportarli ad Auschwitz: ne portarono via circa settemilacinquecento, di cui poi ne tornarono appena seicento. Tuttavia, gli ebrei che scomparvero non furono nemmeno il dieci per cento di tutto quelli che vivevano allora in Italia.(..)”

 

Hanna Arendt – “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”

Un acquario!

Il Magico Natale

 

S’io fossi il mago di Natale
farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l’alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all’Upim:
un vero abete, un pino di montagna,
con un po’ di vento vero
impigliato tra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami i magici frutti: regali per tutti.
Poi con la mia bacchetta me ne andrei
a fare magie
per tutte le vie.

In via Nazionale
farei crescere un albero di Natale
carico di bambole
d’ogni qualità,
che chiudono gli occhi
e chiamano papà,
camminano da sole,
ballano il rock an’roll
e fanno le capriole.
Chi le vuole, le prende:
gratis, s’intende.

In piazza San Cosimato
faccio crescere l’albero
del cioccolato;
in via del Tritone
l’albero del panettone
in viale Buozzi
l’albero dei maritozzi,
e in largo di Santa Susanna
quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?
La magia è appena cominciata:
dobbiamo scegliere il posto
all’albero dei trenini:
va bene piazza Mazzini?
Quello degli aeroplani
lo faccio in via dei Campani.
Ogni strada avrà un albero speciale
e il giorno di Natale
i bimbi faranno
il giro di Roma
a prendersi quel che vorranno.
Per ogni giocattolo
colto dal suo ramo
ne spunterà un altro
dello stesso modello
o anche più bello.
Per i grandi invece ci sarà
magari in via Condotti
l’albero delle scarpe e dei cappotti.
Tutto questo farei se fossi un mago.
Però non lo sono
che posso fare?
Non ho che auguri da regalare:
di auguri ne ho tanti,
scegliete quelli che volete,
prendeteli tutti quanti.

 

Gianni Rodari

Essere o non essere…..un’ostrica..

ATTO SECONDO

SCENA TERZA – Il giardino di Lionato

(Entra BENEDETTO con un ragazzo)
 
 

BENEDETTO: Ragazzo!

RAGAZZO: Signore?

BENEDETTO: Sul davanzale in camera mia c’è un libro, portamelo qui in giardino.

RAGAZZO: Son di già qui, signore.

BENEDETTO: Lo so che sei qui, ma io vorrei che tu ci fossi ritornando di là. (il Ragazzo esce) Mi meraviglio assai che un uomo dopo aver visto quanto stupido è uno che consacra all’amore le sue azioni, e dopo aver anche riso di quelle vane scempiezze negli altri, diventi l’oggetto della propria canzonatura innamorandosi lui: e tale uomo è Claudio. Io l’ho conosciuto che non voleva sentire altra musica che il tamburo e il piffero, e ora preferisce il tamburino e la musetta; l’ho conosciuto che avrebbe fatto dieci miglia a piedi per vedere una bella armatura, ed ora starebbe dieci notti sveglio a tagliarsi una nuova foggia di giustacuore. Parlava chiaro e spiccio, da uomo onesto e da soldato, ed ora si è messo a parlare in punta di forchetta; le sue parole sono un banchetto fantastico, un piatto strano dopo l’altro.

Dovrò convertirmici anch’io e veder con tali occhi? Non si sa mai, ma non credo. Non posso giurare che l’amore non mi trasformi in un’ostrica, ma posso giurare che finché non mi ha trasformato in un’ostrica non farà mai di me un tale sciocco. Una è bella, grazie, sto bene, una è saggia, grazie, sto bene, una è virtuosa, grazie, sto bene lo stesso; e finché tutte le grazie non sian riunite in una donna sola, una donna non entrerà nelle mie. Ricca deve essere di certo, saggia o non la voglio, virtuosa o non la contratto, bella o non la guardo, dolce o non me la lascio avvicinare, graziosa o non le do una crazia; deve saper parlar bene, sonar meglio e poi i suoi capelli sian di qualunque colore che piace a Dio! Ah, ecco il principe e Messer Cupido… Mi nasconderò nella pergola.

(Entrano DON PEDRO, LIONATO, CLAUDIO e BALDASSARRE con dei Sonatori)

DON PEDRO: Su, vogliamo sentir questa musica?

CLAUDIO: Sì, mio buon signore; che serata tranquilla! sembra proprio che taccia per secondare l’armonia.

DON PEDRO: Vi siete accorto dove s’è nascosto Benedetto?

CLAUDIO: Oh, benissimo, signore, appena finita la musica, daremo il contentino alla volpe rimpiattata.

DON PEDRO: Via, Baldassarre, vorremmo risentir la canzone.

BALDASSARRE: Oh, mio signore, non obbligate questa pessima voce a calunniar la musica più d’una volta!

DON PEDRO: E’ sempre una prova d’eccellenza il dissimulare la propria perfezione. Te ne prego, canta senza farti fare ancora la corte.

BALDASSARRE: Se parlate di corte canterò subito, dato che spesso i corteggiatori cominciano col corteggiare proprio quelle che non stiman degne; e tuttavia essi corteggiano e giuran d’amare.

DON PEDRO: Su, per piacere, canta, o se vuoi sostenere ancora la discussione sostienila con le note.

BALDASSARRE: Prima d’udir le mie note, notate che non c’è una mia nota degna d’esser notata.

DON PEDRO: Per capirlo ci vuol proprio la chiave! Non gli è nota né nota né nulla.

BENEDETTO: Oh, divina aria! Ecco che la sua anima è rapita! Non è strano che le minugia di una pecora tirino fuori l’anima dal corpo di un uomo? Be’, un corno per il mio gusto, in fin dei conti!

BALDASSARRE (canta):

 

Donne, non val la pena a sospirare, gli uomini furon sempre ingannatori,

con un piede sul lido e l’altro in mare, mai furono fedeli ai loro amori.

Non gemete, non piangete quando un uomo se ne va:

sempre belle e sempre liete cantate invece un bel trallerallà.

Non cantate canzoni appassionate, non sospirate pene amare e doglie:

le donne sempre furono ingannate dacché la primavera ebbe le foglie.

Non gemete, non piangete quando un uomo se ne va:

sempre belle e sempre liete cantate invece un bel trallerallà.

 

DON PEDRO: In fede mia, una buona canzone.

BALDASSARRE: E un cattivo cantore, signor mio.

DON PEDRO: No davvero. Tu canti abbastanza bene per un ripiego.

BENEDETTO (a parte): Se fosse stato un cane a ululare a quel modo l’avrebbero appiccato. Dio non voglia che la sua vociaccia non presagisca sventura: avrei preferito sentir gracchiare il corvo, qualunque malanno avesse potuto seguire.

DON PEDRO: Sì, benone. Ehi, Baldassarre hai capito? Ti prego, procuraci dei musicisti eccellenti, perché domani notte facciamo musica sotto la finestra della signora Ero.

BALDASSARRE: I migliori che potrò, mio signore.

DON PEDRO: Va bene, arrivederci. (Baldassarre esce) Venite qui, Lionato. Cosa mi dicevate oggi, che vostra nipote Beatrice era innamorata del signor Benedetto?

CLAUDIO: Sotto sotto, l’uccello s’è posato. Non avrei mai creduto che quella signora si sarebbe mai innamorata d’alcuno.

LIONATO: Nemmen io, ma la cosa più bella è che sia andata a invaghirsi del signor Benedetto quando, in tutto il suo contegno apparente, sembrava invece che lo aborrisse.

BENEDETTO (a parte): E’ possibile? il vento tira da quella parte?

LIONATO: In fede mia, signore, io non so che pensarne, se non che essa lo ama furiosamente: è cosa da sbalordire.

DON PEDRO: Forse finge.

CLAUDIO: E’ più che probabile.

LIONATO: Dio mio! fingere! Non c’è mai stata passione finta che sia giunta vicina tanto alla vera vita della passione come quella di cui essa dà segno.

DON PEDRO: E che segni di passione dà?

CLAUDIO: Innescatelo bene quell’amo: il pesce abbocca.

LIONATO: Che segni mio signore? Ella vi riman seduta… (A Claudio) A voi mia figlia l’ha raccontato.

CLAUDIO: Infatti.

DON PEDRO: Come, come? Voi mi fate trasecolare. Avrei creduto che il suo spirito sarebbe stato invincibile contro gli assalti dell’amore.

LIONATO: Anch’io, mio signore, l’avrei giurato E specialmente nei riguardi di Benedetto.

BENEDETTO (a parte): Penserei ad una beffa se non fosse uno con la barba bianca a dirlo. La furfanteria non può nascondersi sotto tanta maestà.

CLAUDIO: Gli si è appiccicato il contagio, tenete duro.

DON PEDRO: E l’ha fatto sapere il suo amore a Benedetto?

LIONATO: No, e giura che non lo farà mai. Questo è il suo tormento.

CLAUDIO: E’ vero. Come dice la vostra figliuola. “Posso io dice Beatrice – dopo avergli dimostrato tanto disprezzo scrivergli ora che l’amo?”.

LIONATO: Così dice lei quando comincia a scrivergli; poiché in una nottata si alza venti volte e resta seduta in veste da camera finché non ha coperta una pagina. Mia figlia ci racconta tutto.

CLAUDIO: A proposito di coperta: mi ricordo di un bello scherzo che ci ha raccontato vostra figlia.

LIONATO: Quello che quando ebbe chiuso la lettera e l’aprì per rileggerla trovò che sotto la coperta Beatrice e Benedetto stavan piegati l’uno sull’altra?

CLAUDIO: Quello.

LIONATO: Oh, strappò la lettera in mille minuzzoli, si rimproverò d’esser stata così immodesta da scrivere a chi sapeva che l’avrebbe beffata. “Lo misuro dal mio stesso spirito diceva anch’io lo befferei se mi scrivesse. Benché lo ami lo befferei”.

CLAUDIO: Dopo si butta in ginocchio, piange, singhiozza, si batte il petto, si strappa i capelli, prega, impreca: “Oh, Benedetto, amor mio!

Oh Dio, datemi voi pazienza!”.

LIONATO: Proprio così, mia figlia me lo racconta: e questa frenesia l’ha tanto presa che mia figlia qualche volta ha paura che faccia qualche atto disperato contro di sé; è verissimo.

DON PEDRO: Sarebbe bene che qualcuno lo dicesse a Benedetto se non vuol dirglielo lei.

CLAUDIO: A che scopo? Lui se ne riderebbe e tormenterebbe anche di più quella povera donna.

DON PEDRO: Se lo facesse sarebbe un atto meritorio impiccarlo. E’ una carissima donna e fuor d’ogni sospetto virtuosa.

CLAUDIO: Ed è oltremodo saggia.

DON PEDRO: In ogni cosa, fuorché nell’amar Benedetto.

LIONATO: Oh, signore! Se la saggezza e la passione combattono in un così tenero corpo, abbiamo dieci prove contro una che la passione la vince. Mi dispiace per lei, e ne ho ben ragione, come suo zio e suo tutore.

DON PEDRO: Io vorrei che avesse preso per me questa cotta. Avrei messo da parte ogni rispetto e avrei fatto di lei la mia metà. Vi prego di dirlo a Benedetto e vediamo quello che dice lui.

LIONATO: Sarebbe bene, che vi pare?

CLAUDIO: Ero pensa che di certo ne morrà: perché ella dice che se lui non l’ama ne morrà e che morrà prima di fargli sapere che l’ama, e morrà se lui le farà la corte, piuttosto che diminuire d’un ette la sua scontrosità consueta.

DON PEDRO: Fa bene, perché se ella gli offrisse il suo amore è probabile che la disprezzerebbe: voi sapete quanto costui sia sprezzante.

CLAUDIO: E’ però un uomo in gamba.

DON PEDRO: Ha anche un aspetto piacente.

CLAUDIO: Affediddio, a mio parere è anche saggio.

DON PEDRO: Mostra infatti qualche favilla di buon senso.

CLAUDIO: E poi lo ritengo un valoroso.

DON PEDRO: Quanto Ettore: questo ve l’assicuro: e nel trattare le brighe voi potete dire che è saggio, poiché o le scansa con gran discrezione o vi s’impegna con timor di Dio.

LIONATO: Se ha timore di Dio, per forza deve amar la pace, o, se infrange la pace, dovrebbe entrare in una rissa con timore e spavento.

DON PEDRO: E così fa Benedetto: perché timor di Dio ne ha molto, per quanto da certi scherzi un po’ liberi che suol fare qualche volta non sembri. Bah, mi dispiace per vostra nipote. Si deve cercar Benedetto e dirgli di quest’amore?

CLAUDIO: Mai, per carità, mio signore. Lasciate che questa passione si consumi da sé col rifletterci.

LIONATO: E’ impossibile. Beatrice consumerà prima il suo cuore.

DON PEDRO: Va bene, sentiremo prima ancora vostra nipote: lasciamo che intanto questa cosa si raffreddi. Io voglio bene a Benedetto e vorrei che egli si esaminasse senza orgoglio e s’accorgesse di quanto egli è indegno di una fanciulla così buona.

LIONATO: Signore, vogliamo andare? Il pranzo è servito.

CLAUDIO: Se dopo ciò lui non diventa pazzo per lei, non crederò più a me stesso.

DON PEDRO: La stessa rete tendiamola a lei, e questo sarà compito di vostra figlia e della sua damigella: il divertimento sarà quando ognuno di loro crederà che l’altro impazzisca per lui e non sarà niente di tutto questo: quella è una scena che voglio godermi, e sarà una pantomima soltanto. Ora mandiamo Beatrice a chiamarlo a pranzo.

(Escono Don Pedro, Claudio e Lionato)

BENEDETTO (facendosi avanti): Non può essere una beffa, parlavan sul serio: la verità l’hanno saputa da Ero. Sembra che a loro faccia compassione la donna, pare che il suo amore abbia pieno corso. Amarmi!

ecco, bisognerebbe ricompensarla. Ho sentito come mi giudicano: dicono che mi comporterei da orgoglioso se mi accorgessi che l’amore venisse da lei: dicono che piuttosto morrebbe che darmi un segno d’affetto. Io non ho mai pensato a sposarmi, ma non voglio mostrarmi orgoglioso; felici coloro che intendono parlar male di sé, così possono correggersi. Dicono che la ragazza è bella… è anche vero. Io posso testimoniare; e virtuosa e non posso dire il contrario; e anche saggia, se non fosse che ama me: in fede mia questa non è una grande prova di spirito, ma nemmen di follia, perché anch’io m’innamorerò pazzamente di lei. Mi daranno addosso forse con lazzi e stoccate perché tanto tempo ho inveito contro il matrimonio: ma che l’appetito forse non cambia? Da giovani si è ghiotti di un piatto e da vecchi non lo si può soffrire. E dovrebbero le facezie e le sentenze e simili proiettili di carta lanciati dal cervello distogliere un uomo dall’inclinazione del suo umore? No: crescete e moltiplicatevi: quando io dicevo che sarei morto scapolo non credevo che sarei giunto in età da sposarmi. Ecco Beatrice, lode a Dio, sì che è bella! Mi par di scorgerle sul viso dei segni d’amore.

(Entra BEATRICE)

BEATRICE: Contro ogni mia volontà mi si manda a pregarvi di venire a pranzo.

BENEDETTO: Bella Beatrice, vi ringrazio per la pena che vi siete presa.

BEATRICE: Io non mi son presa pena per esser ringraziata, più di quanto non ve ne prendiate voi a ringraziarmi: se mi fosse stato penoso non sarei venuta.

BENEDETTO: Allora avete preso piacere a questa imbasciata?

BEATRICE: Quanto se ne potrebbe prendere sulla punta d’un coltello, e soffocarci un cornacchino. Ma, signor mio, voi non avete appetito.

State bene.

(Esce) BENEDETTO: Ah! “Contro ogni mia volontà mi si manda a pregarvi di venire a pranzo”; qui c’è un doppio senso. “Io non mi son presa pena per esser ringraziata più di quanto non ve ne prendiate voi a ringraziarmi”. Sarebbe come dire: ogni pena che io mi prenda per voi è leggera come un ringraziamento. Se io non mi impietosissi di lei sarei un malvagio; se non l’amassi, sarei un giudeo. Mi procurerò il suo ritratto.(Esce)
 
 
Molto rumore per nulla – Atto II, Scena Terza –  W. Shakespeare
 

“…il nostro cuore battera’ per la liberta’…”

Daitarn Daitarn Daitarn
Daitarn Daitarn Daitarn

uno per tre e tre per uno perche’
insieme noi usciamo sempre dai guai
e difendiam la Terra dall’ombra della guerra
il nostro cuore battera’ per la liberta’
intrighi e loschi piani dei mostri disumani
il nostro raggio spazzera’ nell’immensita’

Daitarn, Daitarn
arriva gia’ il nemico scatta
ma tu ci sei amico Daitarn
evviva Daitarn III

Daitarn, Daitarn
per noi tu sei davvero forte
per noi tu sei davvero grande
evviva Daitarn III

noi siamo un trio all’erta e pieni di brio
seguiam la scia se un meganoide ci spia
e il Mach Patrol ci porta, nell’occhio all’avventura
verso l’ignoto corre e va come un fulmine
e in aria si trasforma in un robot che ha un’arma
ha l’energia solare che e’ invincibile

Daitarn, Daitarn
arriva gia’ il nemico scatta
ma tu ci sei amico Daitarn
evviva Daitarn III

Daitarn, Daitarn
per noi tu sei davvero forte
per noi tu sei davvero grande
evviva Daitarn III

Daitarn, Daitarn
arriva gia’ il nemico scatta
ma tu ci sei amico Daitarn
evviva Daitarn III

Daitarn, Daitarn
per noi tu sei davvero forte
per noi tu sei davvero grande
evviva Daitarn III

Daitarn, Daitarn
arriva gia’ il nemico scatta
ma tu ci sei amico Daitarn
evviva Daitarn III

Daitarn, Daitarn
per noi tu sei davvero forte…

“Quando avrai silenzi così, da comprendere…”

Poche parole, slegate e dislocate dal contesto in cui sono nate, racchiudono completamente qualcosa per cui non sono state create…

 

 

Il tempo scivola….spaventa….ma ti abbraccia ed è l’unico compagno che mantiene ciò che promette, sempre…

Tutto inizia, tutto finisce, niente ritorna…logico…

Ho impiegato più tempo del dovuto a capire..dispensavo silenzi…e nella testa, tutti quei pensieri che vorticano e che si accalcano, confondendosi e mischiandosi a crearne di nuovi…non ci sono…

Strano…oppure no.

So bene che cos’è.

Conosco la sensazione…quante volte ho sentito fluire la sabbia tra le dita senza poterla fermare, stringendo il pugno.

Stavolta, il compimento di un presagio. L’inizio coincide con la fine. Questa è la novità. Ma quanto c’è stato nel mezzo….

Ed è tutto ricordo…solo ricordo. Non esiste una possibilità differente. Tutto rimane nelle parole, nei pensieri, nelle fotografie. Incastonato lì, pronto ad essere sommerso, ricoperto…nascosto dal tempo.

La sensazione è questa. Sapere di perdere, nonostante ci si impegni. Non c’è un’alternativa. 

E per una volta so di non sbagliare….di non lasciare nulla al caso, di non essere io a mollare la presa. Questa volta è così.

Quanto è devastante…non potersela prendere con nessuno, nemmeno con se stessi……e sentire le lacrime scendere, nel silenzio.